Progetto Pecora Nera

Intervista a Devis, ideatore del Progetto Pecora Nera: “I lunghi inverni mi sono stati maestri”

Ciao Devis, per incominciare ci racconteresti un po’ come nasce il progetto Pecora Nera?

A diciott’anni avevo le mie idee. Idee confuse come tutti a quell’età. Se devo dare una qualche definizione del brodo primordiale che mi ribolliva dentro direi che mi sentivo un “anarco-individualista-ecologista”. Per fortuna non conobbi mai altri anarchici, preferendo rimanere nella perfetta solitudine della mia testa perché come diceva Dalla, Lucio:

“Anche se chi pensa

È muto come un pesce

Anzi un pesce

E come pesce è difficile da bloccare

Perché lo protegge il mare”

A quel tempo leggevo Focus, che qualcuno definirebbe pubblicazione legata all’establishment scientifico. Su Focus lessi un articolo che titolava: “Obiettivo Autosufficenza” e sottotitolava – maliardo: “Come gestire una fattoria di 2 ettari per rendere indipendente una famiglia di quattro persone”.

Ecco: quello che è venuto dopo è tutta colpa di Focus.

In che cosa consiste? Quali sono i principali obiettivi del progetto?

Sostanzialmente è tutta una furbata. L’autoproduzione è l’ultimo ambito non tassato, non regolamentato da noiose disposizione europee. Ambito dove l’eterno conflitto di mercato produttore-consumatore è risolto dalla perfetta coincidenza delle due figure.

In attesa che qualche burocrate si accorga di questa falla nel sistema io e la mia compagna ci produciamo i ¾ del cibo che consumiamo e il 100% della legna da riscaldamento. Inoltre, io pedalando, mi sottraggo quasi sempre all’industria dei trasporti.

Quali sono le diverse attività da voi proposte (come funzionano, a chi si rivolgono, in che modo è possibile partecipare ecc.)?

Vorrei specificare prima di tutto che non siamo una fattoria didattica. Avere a che fare con dei bambini mi imbarazza. Personalmente preferisco qualche giovane dalle idee grossolane e confuse come le avevo io. Ad esempio, trentenni che si sono accorti in tempo che la vita non è solo carriera e piani previdenziali. Oppure cinquantenni che sentono di avere ancora qualcosa di importante da fare.

Gli anziani poi li adoro! Soprattutto potremmo parlare per ore del degrado generale delle cose.

Le attività sono prettamente agricole. Bisogna un minimo deambulare e muovere le braccia. È buona pratica.

Per dire, ad ottobre abbiamo raccolto le mele e spremuto il succo. Quattro giorni in frutteto. I ragazzi erano contenti, affamati a pranzo e stanchi la sera. Quelle stanchezze da andare a letto e dormire profondamente fino all’indomani.

C’era un “ganzo” come diremmo noi, che con la scala se la cavava meglio di me. Ed io voglio essere sempre il numero uno in tutto. Beh… ho lasciato la scala a lui e molto umilmente portavo le cassette avanti e indietro.

Quali sono i principi che hanno ispirato in questi anni il blog, il progetto e i tuoi libri?

Credo egocentrismo soprattutto. Qualche complesso sviluppato nell’infanzia. Forse l’esser stato un ragazzino grassoccio che aveva il terrore di togliersi la maglietta quando si andava al mare. Naturalmente avevo anche dei fini alti e sinceri. “Low living, high thinking”, avrebbe detto Thoreau. Ci tengo veramente a comunicare un messaggio positivo per contribuire ad una sterzata ecologica obbligata quanto tardiva.

Potresti dirci qualcosa di più sui libri (quali temi trattano, come si acquistano ecc.)?

Il primo è “Pecoranera”. È la narrazione ingenua degli inizi. Una sorta di romanzo di formazione. È divertente e pieno di stereotipi riguardo al soggetto che si allontana dalla società per vivere nella Natura. Infatti, ha venduto un sacco!

Il secondo è “Il Buon Selvaggio”. Sarebbe un saggio se io fossi un saggista. È un libro che ragiona in maniera assolutamente originale sui temi dell’alimentazione, dell’agricoltura, della mobilità e del rapporto col nostro corpo in chiave bioevolutiva.

Non mi spiego come abbia potuto vendere tante copie del primo libro, ma ne sono entusiasta. Entrambi sono editi da Marsilio. Comprateli e spacciateli. Vi sarò grato!

Come si collega la tua passione per la scrittura con quella per la natura, le colture e il Progetto Pecora Nera?

D’inverno fa buio presto. Alle cinque non si può fare altro che chiudersi in casa ed accendere il fuoco. Abitassi ai tropici tenderei all’analfabetismo. I lunghi inverni mi sono stati maestri.

Dico una cosa originale: leggere è come fare attività fisica. È lo zumba della mente. Ma non per i concetti che acquisiamo: ciò sarebbe banale. È proprio lo sforzo di tradurre la parola letta in immagini, scenari, azioni, elaborazioni all’interno della “capoccia”.

Leggere qualche pagina è come fare una bella corsa. Scrivere invece è una fatica disumana. Nessuno che scrive roba buona lo fa senza faticare come una bestia. Io mi vanto di aver scritto roba buona o per lo meno accettabile e ho sudato sette camicie. A guidarmi era la vanagloria di cui sopra.

Quanti siete a lavorare al progetto Pecora Nera e cosa più vi motiva a portarlo avanti giorno per giorno?

Prosaicamente siamo in due. Io e la mia compagna. Biblicamente siamo sempre in due: Devis e Monica, solida coppia di campagnoli senza fronzoli.

Dopo dieci anni, si creano degli automatismi. Gli automatismi incrollabili del contadino atavico. Una sorta di “chip primordiale” che a primavera ti porta nei campi e ti ordina di seminare. Davvero non potremmo fare diversamente.

Napoleone andava in Russia credendo di cambiare i contadini russi. Ma i contadini russi erano contadini russi molti secoli prima di Bonaparte e lo sarebbero rimasti ancora per molto tempo. È una forma mentis. È a metà tra l‘evoluzione biologica – che ha tempi lunghissimi – e l’evoluzione culturale – che ha tempi talvolta istantanei.

C’è qualche nuovo progetto in vista o qualche cambiamento in atto a cui vorresti fare un accenno?

Sì, e spero di non parlare a vanvera. Io credo che si possa vivere in una serra. A qualcuno scapperà da ridere. Anche la mia compagna ne ride. Ma cosa credete che stia studiando la NASA per vivere su Marte? Un enorme cupolone di vetro con dentro umani e ortaggi.

Qualche cantautore deve aver detto: “la vera vita non nasce in una serra”. Io vorrei far presente che la Terra stessa è una serra, solo che al posto del nylon c’è l’aria. Io ho fatto pace con la tecnologia e anche con la plastica: l’unico materiale a cui Dio non ha pensato. Coi tempi che corrono, cioè coi cambiamenti climatici, è meglio attrezzarsi con delle nicchie biologiche, cioè delle serre, che mitighino gli sconquassi all’orizzonte.

E quando le avremo fatte così belle, così solide e così calde, non troveremo tanto disprezzabile addormentarci con un tetto di stelle, anche se di mezzo c’è un plexiglass.

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